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Giovedì 23 Maggio 2013
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NEWS REGIONALI

Contro l'immoralità del potere politico urge un fronte comune degli onesti, una concreta sinergia delle categorie produttive che scongiuri la catastrofe vicina



Catania - Il suicidio di due imprenditori psicologicamente provati anche dalla crisi economica ha inaugurato il 2012 siciliano. Vano qualsiasi tentativo di comprendere l'abisso di disperazione che ha spinto due padri di famiglia a tale gesto sommamente irreparabile. Utile, forse, fare tesoro di una simile tragedia corale. Ripetutasi in pochi giorni, con copioni che mutano di poco, a Bari (più volte), a Bologna e nelle Marche. Farne tesoro innanzitutto per amaramente riflettere su che cosa sia divenuto il nostro Paese.

L'Italia annaspa in difficoltà che sono sotto gli occhi di tutti. E chi è emotivamente più fragile crolla, anche perché per nulla sostenuto dallo Stato, anzi da questi vessato e minacciato. La Sicilia, che proviene da una storia di sottosviluppo secolare, è in condizioni peggiori che il resto del Paese. Ed anche qui le Istituzioni, quelle locali, invece che proteggere ed aiutare il cittadino in difficoltà, lo mortificano in mille modi. Gestendo pessimamente la cosa pubblica, ideando e ponendo in essere politiche irrazionali e palesemente contrarie allo sviluppo, flirtando con ambienti criminali, portando avanti una scientifica e capillare occupazione del potere tesa a fortificare sempre più il clientelismo, rivisitazione meridionale della servitù classica. Non a caso l'origine del termine clientelismo è latina e richiama ad un legame di dipendenza diretta dal potente.

In Sicilia, oggi sicuramente più che qualche anno fa, sono pochi i cittadini. In prevalenza sopravvivono, vagando in cerca di una ragione per arrivare a sera, clientes a centinaia di migliaia. Giovani, meno giovani, anziani. Tutti costretti ad elemosinare quello che nel resto del mondo è mero diritto. A cominciare dal lavoro, dalla possibilità per i ragazzi di costruire il proprio futuro con dignità, partendo dalle proprie capacità, senza "handicap ambientali", senza ipoteche dalla culla.

Quello cui in Sicilia si è assistito per decenni e si continua ad assistere è una selezione al contrario della società e della classe dirigente. Semplicemente, vengono premiati i peggiori. I più intraprendenti fuggono via, studiano lontano, lavorano lontano, si lasciano alle spalle la cayenna di Trinacria. Gli altri restano, chi per tentare un difficile cambiamento, chi per spadroneggiare sui più deboli facendo in qualche modo parte del sistema di controllo e gestione del potere, chi subendo un destino di precarietà e povertà. Magari anche con un paio di lauree appese al muro.

L'immoralità della classe dirigente siciliana è sconfinata, la sua arroganza e sfrontatezza sono ormai senza più alcun limite. La grottesca vicenda dell'ispezione regionale di fine estate alla Camera di Commercio di Catania - uno dei pochi enti che funzionano in tutto il territorio etneo, di certo il più razionale e produttivo - preludio ad un plausibile tentativo di commissariamento, è emblematica della mentalità e della prassi predatoria della politica siciliana. Tentativo, fallito ad ottobre, che alcuni rumors danno comunque come carsicamente ancora in atto, perché la Camera di Catania è un tassello imprescindibile per un più complesso disegno riguardante pure la società di gestione dell'aeroporto e l'Autorità portuale.

Di fronte ad una simile situazione, che fare? Finora la mala politica ha prosperato anche grazie agli equivoci che hanno tenuto separati i protagonisti positivi della società siciliana. Ma non è più tempo di divisioni, sia chiaro. L'agonia dell'intera Isola impone un fronte comune fra industriali onesti, commercianti onesti, professionisti onesti, sindacalisti onesti, cittadini onesti. Solo una santa e sinergica alleanza fra la società civile e tutte le forze produttive della Sicilia fra loro contro il virus letale della pessima politica può salvarci dal disastro. Occorre quindi innanzitutto andare al di là delle storiche incomprensioni fra Confcommercio Sicilia e Confindustria Sicilia.

A livello personale il percorso di avvicinamento fra i due presidenti regionali è avviato. In quest'anno appena cominciato occorre però un salto di qualità. Occorre che Piero Agen ed Ivan Lo Bello più di tutti, anche in funzione dei rispettivi ruoli nazionali, della grande autorevolezza e del "peso specifico" di entrambi, a Palermo come a Roma, saldino l'asse delle persone per bene e pongano le basi per scardinare il nefasto blocco di potere che mantiene l'Isola alla paralisi. Quello che si chiede ad Agen e a Lo Bello è insomma un accordo di salute pubblica per la rinascita della Sicilia. L'alternativa è la catastrofe, ossia il concretizzarsi di uno scenario "argentino" con violenza diffusa che mai come ora è stato così probabile.

Carlo Lo Re
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